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Riscaldamento collettivo

A prescindere dal fatto che tu sia il locatario o il proprietario, il tuo appartamento può essere dotato di un impianto di riscaldamento collettivo. Ciò significa che non possiedi un sistema di riscaldamento autonomo e che sei collegato a una caldaia, condivisa con gli altri occupanti, che riscalda l’abitazione o l’intero palazzo.

Il riscaldamento collettivo si basa generalmente su una caldaia, che può essere a gas, ad olio, a legna o elettrica. In alcuni casi, può anche utilizzare un sistema di geotermia o collegarsi al teleriscaldamento.

Riscaldamento collettivo: quali sono le date per l’accensione e lo spegnimento?

L’Italia è suddivisa in diverse zone climatiche e ciò determina date diverse per l’accensione del riscaldamento collettivo, secondo quanto stabilito dalla legge 10-1991. A seconda delle zone climatiche, la prima data di accensione risulta essere il 15 ottobre, mentre in alcune aree più calde occorre attendere fino al 1° dicembre. Lo spegnimento può invece essere fissato per diverse date comprese tra il 15 marzo e il 15 aprile. Fanno eccezione alcune province appartenenti alla zona climatica F (province di Cuneo, Belluno e Trento), per cui non esistono limitazioni temporali. Anche il numero di ore al giorno per cui può rimanere acceso il riscaldamento varia in base alle zone climatiche.

I vantaggi del riscaldamento collettivo in un condominio

Il riscaldamento collettivo consente di condividere i costi legati al riscaldamento in un immobile. Con un sistema di questo tipo, i comproprietari risparmiano sull’investimento iniziale: è infatti necessario acquistare e installare una sola caldaia per l’immobile e non una in ciascun appartamento. È possibile risparmiare anche sull'acquisto di combustibile (gas, legna, nafta): le grandi quantità necessarie consentono di negoziare con i fornitori. Anche la manutenzione del riscaldamento è suddivisa tra i diversi condomini e costa meno a ciascuno di loro rispetto alla manutenzione di diversi apparecchi individuali.

Un riscaldamento collettivo consente inoltre di risparmiare spazio in ciascun appartamento. La caldaia condivisa si trova negli spazi comuni, spesso nello scantinato, senza quindi incidere sulla superficie dei singoli appartamenti. Allo stesso modo, se occorre immagazzinare il combustibile (nafta, legna), lo si fa in uno spazio dedicato del condominio e non negli appartamenti degli abitanti, come invece avviene nel caso di un sistema di riscaldamento autonomo. Offre dunque un risparmio di spazio notevole agli abitanti degli appartamenti.

A questi vantaggi del riscaldamento collettivo si aggiunge anche una gestione semplificata. Questa gestione è solitamente delegata all’amministratore oppure a una società di manutenzione che si occupa della manutenzione e della sostituzione degli accessori, dell’approvvigionamento del combustibile, ecc. Generalmente, il servizio di riparazione è facilmente reperibile ed efficiente, e non devi preoccuparti di trovare un tecnico specializzato in caso di problemi, come invece avviene nel caso di un sistema di riscaldamento autonomo. Scopri tutti i nostri prodotti

Gli svantaggi del riscaldamento collettivo

La gestione collettiva presenta anche degli svantaggi. I comproprietari si vedono imporre un tipo di riscaldamento nel proprio appartamento e le decisioni relative alla scelta del fornitore o delle attrezzature devono essere prese collettivamente.

Per quanto riguarda le date di accensione e di spegnimento del riscaldamento, gli abitanti possono chiedere all’amministratore di condominio di modificarle convocando un’assemblea, ad esempio per far fronte a un inverno precoce o, al contrario, a una primavera con una temperatura particolarmente clemente e in cui non occorre più accendere il riscaldamento. Tuttavia, l’amministratore ha il diritto di rifiutare tale modifica delle date se il numero di condomini che la reclamano non è maggioritario. In alcuni casi, il regolamento condominiale non consente di modificare le date di accensione e di spegnimento. In caso di rifiuto, non è possibile fare ricorso e gli abitanti possono solo dotarsi di sistemi di riscaldamento autonomi di appoggio.

Inoltre, il D.P.R. n. 412/1993 stabilisce i gradi che può raggiungere l'edificio quando è riscaldato; in particolare, con riferimento ai condomini, la media aritmetica delle temperature dell'aria nei diversi ambienti di ogni singola unità immobiliare non deve superare i 20°C + 2°C di tolleranza.

Fino a poco tempo fa, i sistemi di riscaldamento collettivo presentavano anche un altro grande inconveniente: la suddivisione della spesa energetica tra tutti gli appartamenti, indipendentemente dal consumo di ciascuno, non spingeva a risparmiare energia e gli abitanti più attenti agli sprechi (o quelli assenti più spesso) pagavano la stessa cifra degli altri. Quest’ultimo punto è però cambiato con la nuova normativa ora in vigore.

Riscaldamento collettivo: la nuova normativa

Dal 30 giugno 2017, tutti i condomini con riscaldamento centralizzato devono essere dotati di un sistema di contabilizzazione del calore. L'obbligo è stato introdotto in Italia dal D. Lgs 102/2014 con l'obiettivo di ridurre i consumi energetici per il riscaldamento degli edifici attraverso una corretta ripartizione delle spese e una maggiore consapevolezza dei consumatori. Per ottemperare a questo obbligo, le singole unità immobiliari dispongono, nella maggior parte dei casi direttamente sui termosifoni, di strumenti di lettura (ripartitori) per monitorare il calore emesso e di valvole termostatiche per regolare la temperatura in ogni stanza. Inoltre, la suddivisione delle spese per il riscaldamento tra i condomini non avviene più secondo le tradizionali tabelle millesimali, bensì secondo quelle previste dalla nuova norma UNI 10200, aggiornata alla versione 2018.

Grazie alla contabilizzazione del calore, ogni condomino paga quanto consuma e la bolletta viene quindi calcolata in base all'effettivo riscaldamento fornito all'abitazione.

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